10 Settembre 2022 // by Elio Di Bella
I primi anni del XX secolo segnarono una svolta decisiva anche in due settori che oggi, nella nostra vita quotidiana, sono fondamentali ed insostituibili: la pubblica illuminazione e le comunicazioni.
Per quanto attiene la prima, per la verità, essa avveniva ormai da alcuni decenni grazie alla produzione del gas da carbon fossile ad opera di imprese che nel tempo si erano succedute nel rapporto contrattuale con l’Amministrazione comunale, quest’ultima era l’ente titolare del servizio, dal quale le stesse società avevano avuto regolare concessione fin dai primi anni successivi all’Unità d’Italia.
Negli anni precedenti la situazione era davvero catastrofica. «Vi erano – raccontava il notaio Diana – nelle vie principali, ma anche in quelle secondarie, pochi lampioni ad olio che mandavano una luce fioca e che venivano spesso spenti dal vento.
Quando non splendeva in cielo la luna le vie rimanevano perfettamente al buio. Le persone e le famiglie civili che uscivano di casa la sera, o rincasavano, si facevano precedere da un servitore con in mano una lanterna a vetri per illuminare la via». (F. P. Diana, Girgenti prima del 1860).
Il primo contratto per la realizzazione di un impianto a gas completo, con il relativo gasometro, venne stipulato il 26 maggio del 1869 con l’impresa del signor Eduardo Le Due.
Con tale convenzione il Municipio di Girgenti concedeva a quest’ultimo «il diritto esclusivo di stabilire e conservare sotto le vie e piazze pubbliche dei tubi conduttori del gaz destinato all’illuminazione e riscaldamento della città». La durata della concessione venne stabilita in 60 anni a decorrere dal benestare della Deputazione Provinciale e dalla consegna del gasometro.
La produzione del gas doveva avvenire mediante l’utilizzazione di carbon fossile della migliore qualità che garantisse un potere illuminante stabilito utilizzando come paragone la lampada Carcel.Le Due si impegnò a realizzare diecimila metri lineari di canalizzazione, per portare il gas nelle diverse zone della città, con tubi di ferro di adeguata resistenza.
Fu stabilito di realizzare un’illuminazione permanente (funzionante senza interruzione dalla sera alla mattina) ed una variabile subordinata cioè ai bisogni delle varie località.
Il Municipio si riservò anche la possibilità di illuminare in via straordinaria la Villa Garibaldi, il teatro comunale ed torre dell’antico telegrafo aereo. – si legge nel verbale di consegna del terreno –
Ivi giunti, dopo fatte le necessarie verifiche e misurazioni abbiamo noi sindaco funzionante assegnato e consegnato al suddetto signor Le Due presente un pezzetto di terreno (Balate) posto sotto la chiesa di San Pietro, confinante da tramontana con la stradella comunale fuori Porta Pannitteri, da occidente con le rimanenti terre di Calogero Rocco, da oriente con li fichi d’india della fu Baronessa Ficani, oggi di Francesco Lo Presti Seminerio comunemente detti della Nave e da mezzogiorno con la traccia di una nuova strada, della estensione di metri cinquemilaventi».
Il signor Le Due, nell’accettare il terreno lo giudicò idoneo alla realizzazione del gasometro per cui un altro passo importante venne compiuto verso la realizzazione di un efficiente impianto di illuminazione della città di Girgenti. Dunque tutto sembrava ormai svolgersi senza problemi, quando Eduardo Le Due cominciò ad avere problemi enormi che gli fecero comprendere che difficilmente sarebbe riuscito a realizzare il progetto.
La guerra che in quel periodo era scoppiata coinvolgendo la Francia gli creò difficoltà tali che dovette arrendersi: il 20 aprile 1871 pertanto sottoscrisse una scrittura privata con la quale cedette diritti e doveri, patti e condizioni, derivanti dal contratto con il Municipio di Girgenti all’impresa di Giuseppe Federico Favier. La cessione venne ratificata dal consiglio comunale con la deliberazione adottata il successivo 9 giugno.
La rete di distribuzione venne consegnata il 31 gennaio 1874 ed il relativo verbale venne firmato dall’ingegnere Sciascia e dal direttore dell’impresa concessionaria Napoleone Cattaneo.
Complessivamente diecimila metri di tubature tra le quali le più lunghe furono quella da Porta Atenea a piazza San Domenico (1680 metri), quella dalla Cattedrale a Porta Atenea attraverso le vie Duomo, Plebis Rea, S. Onofrio, San Girolamo, Badiola, discesa Politi, piano Gamez, via Vela ( 1203 metri) e via di circonvallazione (circa 810 metri).
Contemporaneamente venne anche costruito il gasometro, del quale l’ingegnere Dionisio Sciascia il 18 agosto 1878 diede la seguente descrizione:
«1) Due magazzini laterali all’ingresso, uno dei quali dimezzato addetto in parte all’ufficio del Direttore e per la stadera, l’altro per deposito di materiali del gas;
2) Altro magazzino grande nella prima corte con ingresso rivolto a sud, con due gran sportelloni nel lato nord, serve per deposito di carbone;
3) Un gran vano di tramezzo con direzione da nord a sud coperto di ferro divide la prima dalla seconda corte. In detto vano vi sono i forni per la distillazione del carbone fossile. I forni sono tre della capacità complessiva di nume- I ro 19 storte di terra refrattaria, muniti di tubi verticali per rimettere il gas distillato nel tubo grande sovrapposto orizzontalmente ai detti tre forni;
4) Altro vano nella seconda corte addossato a quello dei forni da ovest ad est. Detto vano contiene il serpentino, il cavataio e n. 4 depuratori;
5) Altro piccolo locale unito al detto vano verso est per il gran misuratore ed il regolatore della pressione;
6) Un gassometro del diametro di metri 18 e della profondità di metri 5;
7) La casa di abitazione del Direttore è composta da n. 14 vani mattonati con quadrelli stagnati con corrispondenti soffitte, imposte ed altro in ottime condizioni;
8) Sottostante alla stessa abitazione vi esistono otto piccoli magazzini rivolti a sud coverti con volta pel sovrastante terrazzo;
9) Finalmente la superficie complessiva del detto stabilimento è di metri quadrati cinquemila». Alla morte di Giuseppe Federico Favier, gli eredi non ebbero più la possibilità o la volontà di portare avanti l’impresa che, oltre a quella di Girgenti, gestiva anche rimpianto per l’illuminazione a gas della città di Palermo.
Si ebbero una serie di contatti ed alla fine si ebbe ancora una volta una novazione contrattuale nel senso che la gestione del servizio passò, con eguali diritti e doveri, all’Azienda Italiana per il Gas di Torino Quest’ultima rilevò sia Vofficina del gas di Girgenti che quella del capoluogo dell’isola.
Sostanzialmente tutto l’asse patrimoniale dell’impresa Favier venne assorbito dalla società torinese la quale mandò in Sicilia -come proprio rappresentante il barone Francesco Carlo Lucifero. I rapporti tra il Municipio di Girgenti e la nuova società non furono sempre idilliaci, così come era avvenuto con Le Due.
Motivo principale del contendere sarà, manco a dirlo, la questione delle tariffe e della qualità del carbone utilizzato per la produzione del gas.
In ogni modo, malgrado tutto non solo il servizio veniva garantito, ma anche potenziato: il 14 maggio 1914 l’Azienda chiese di poter cominciare il lavoro di collocazione della canalizzazione per portare il gas, e provvedere quindi all’illuminazione, lungo la strada che conduceva alla caserma Crispi.
Da considerare tuttavia che negli anni della Grande Guerra il consumo si ridusse sensibilmente, dato che gli orari dell’illuminazione vennero ristretti, così come vennero diminuiti anche i punti della città per i quali era prevista l’accensione dei lampioni.
Ma nel frattempo nuove tecnologie si facevano avanti nel settore dell’illuminazione per cui nei primissimi anni del XX secolo si cominciò a parlare di energia elettrica, anche perché in altre città non solo d’Europa o d’Italia ma anche della stessa Sicilia, come Palermo, i primi esperimenti erano stati fatti già da qualche anno con grande successo.
I primi contatti si ebbero con un imprenditore palermitano, tale Vincenzo Piumatti con il quale venne anche stipulato un compromesso.Tuttavia venne anche chiesto all’Azienda Italiana per il Gas se, in base anche a quanto previsto nel contratto con l’impresa Le Due del 1869, volesse far valere il diritto di prelazione.
Ne nacque una controversia con la società torinese la quale tuttavia non avviò alcun discorso per l’elettricità e così il Comune andò avanti con l’impresa Piumatti alla quale con contratto dell’otto maggio 1913 venne concesso il diritto di impiantare in città un’officina elettrica con relative diramazioni per la distribuzione dell’energia.
In particolare il concessionario si impegnò, con quel contratto, a presentare alla Giunta municipale entro un mese un piano particolareggiato di tutte le opere che avrebbe dovuto eseguire.
In realtà il 5 giugno successivo il Piumatti fece pervenire al Comune di Girgenti un elaborato che egli stesso definì una “Relazione descrittiva del progetto di massima per una centrale elettrica nella città di Girgenti”.
L’Ufficio tecnico naturalmente giudicò troppo generico quel documento e la Giunta, nella seduta del 26 giugno, lo ritenne insufficiente per cui il sindaco mise in mora l’impresa applicando la sanzione di 250 lire al giorno per il ritardo nella presentazione del progetto particolareggiato.
Ne seguì una lunga controversia che finì anche nelle aule del Tribunale civile. Poi sopraggiunse la guerra e la vicenda venne trascurata.
Fu dunque, soltanto nel 1919 che le due parti si resero conto che una controversia giudiziaria sarebbe stata lunga e dispendiosa, senza contare che il Comune non avrebbe potuto avere le mani libere per contattare altre ditte e procedere alla realizzazione dell’impianto elettrico.
Alla luce di tutto questo, concordarono per una bonaria composizione della lite considerando anche il fatto che ormai l’interesse di entrambi era di liberarsi dagli obblighi di un contratto che non volevano più. Il prosindaco Sclafani e Piumatti pertanto sottoscrissero un atto di transazione con il quale dichiaravano il contratto come mai esistito, rinunciando ciascuno a qualsiasi pretesa nei confronti dell’altro.
Soltanto il Comune si obbligava a corrispondere la somma di lire 500 alla controparte a titolo di rimborso per le spese sostenute.
La transazione venne approvata dal Consiglio Comunale nella seduta del 23 febbraio 1919. Liberatosi da ogni obbligo con la ditta Piumatti, il Municipio potè subito cercare un’altra impresa in grado di elettrificare in tempi brevissimi la città. La scelta nel giro di qualche mese cadde sull’imprenditore favarese Antonio De Vecchi Altro obbligo che si assunse la Società Elettrica sempre con l’accordo del 1925 fu quello di portare, entro lo stesso termine del 30 giugno 1927, l’energia elettrica anche nella borgata di Villaseta, sempre a proprie spese ed alle stesse condizioni dell’impianto di San Leone.
Fu ancora incaricata di studiare il piano per l’elettrificazione di Montaperto da presentare al Comune entro il 1927. Il 29 giugno 1927 un centinaio di abitanti di quest’ultima frazione presentarono una petizione al Comune sollecitando l’attivazione dell’energia elettrica.
Il relativo piano venne presentato nel giugno del 1929, ma in realtà non se ne fece nulla: i montapertesi dovettero aspettare il 7 gennaio del 1951 per avere la luce elettrica.
All’inaugurazione, quel giorno, furono presenti il vicepresidente della regione ed assessore alle finanze Giuseppe La Loggia, il prefetto commendatore Carlo Leo ed il sindaco commendatore Finazzi Agro. Dopo un breve discorso di La Loggia si accesero per la prima volta le lampadine elettriche al suono delle campane mentre i giochi pirotecnici si rincorrevano nel cielo.La Società Elettrica Agrigentina, per la verità, non durò a lungo.
Quello della distribuzione di questo moderno tipo di energia stava diventando un “business” troppo grosso per poter essere gestito da piccole società a carattere locale e così nacquero in tutta Italia delle società più grosse, a carattere regionale o interregionale che assorbirono gli organismi più piccoli.
Analogamente successe in Sicilia, dove nacque la SGES (Società Generale Elettrica per la Sicilia) la quale potenziò il servizio in tutta l’isola costruendo nuove centrali e capillarizzando la presenza dell’elettricità sul territorio.
La SGES rilevò così la posizione contrattuale della ditta Micciché e De Vecchi con gli atti di fusione del 28 dicembre 1928 e 26 ottobre 1929, rilevando anche la sezione dell’impresa agrigentina che si occupava ancora della produzione e distribuzione del gas.
Nacque subito dopo la grande centrale elettrica di Porto Empedocle, che venne realizzata per alimentare diversi comuni della provincia e portare avanti in tal modo il grande progetto della SGES, la quale gestì la produzione e distribuzione dell’energia per lungo tempo, subendo anche sensibili danni agli impianti nel periodo drammatico della Seconda Guerra Mondiale.
Nel 1962 una legge dello Stato stabilì la nazionalizzazione dell’industria elettrica costituendo un unico ente, l’ENEL, cui venne affidato il compito di gestire in tutto il territorio nazionale la produzione e la distribuzione dell’elettricità, il quale assorbì tutte le varie società che fino a quel momento avevano svolto quell’attività, compresa la SGES •
con il quale nell’autunno del 1919 venne concluso un compromesso. Quest’ultimo – ottenuta la debita autorizzazione da parte del Consiglio Comunale – venne trasformato in un vero e proprio contratto di concessione che fu sottoscritto dall’allora prosindaco sacerdote Michele Sclafani, il 6 gennaio 1920. De Vecchi poco dopo costituì con Micciché l’impresa SEA (Società Elettrica Agrigentina) che diventò la concessionaria del servizio di illuminazione.
I lavori per la costruzione degli impianti furono subito avviati ed una delle prime questioni da affrontare riguardò la scelta dell’area dove far sorgere la centrale elettrica. Amministrazione municipale e concessionario il 22 marzo 1920 individuarono di comune accordo la zona disponibile a ponente dell’officina del gas.
Ciò anche in considerazione del fatto che, quando fosse scaduta la concessione dell’Azienda del gas, quest’ultimo servizio sarebbe stato assorbito dalla Società Elettrica, per cui era opportuno porre vicino le due officine in modo che al momento opportuno sarebbero diventate un’unica azienda.
Gli operai per la costruzione della centrale si misero all’opera alla fine di maggio, ma i lavori non sempre proseguirono in maniera spedita.
Anche in questo caso non mancarono i punti di disaccordo con il Comune: i ritardi vennero dalla SEA giustificati in vario modo.
Singolare la lettera del 3 settembre al Commissario prefettizio al Comune: sostanzialmente veniva riportata la comunicazione della ditta fornitrice dei motori ad olio pesante la quale annunciava di non poter rispettare i tempi di consegna a causa dell’ostruzionismo posto in essere dalle proprie maestranze.
Piccole discussioni sorsero anche a seguito delle segnalazioni da parte di alcuni cittadini in ordine al possibile pericolo derivante dai fili aerei che venivano via via collocati.
Ripetutamente così la SEA fu costretta a precisare, come fece il 10 giugno dello stesso anno, che «Questa Società nella esecuzione delle linee sia ad alta che a bassa tensione si è attenuta scrupolosamente alle prescrizioni della legge 7 giugno 1894 e regolamento 25 ottobre 1895, nonché a tutte quelle altre prescrizioni tecniche e legali atte a garantire il servizio e la pubblica incolumità.
Posto ciò, risulterebbero infondate le osservazioni mosse, mentre questa Società può assicurare cotesta on. Amministrazione che nell’impianto di Girgenti nulla è stato lesinato perché esso riuscisse perfetto in tutti i suoi particolari». Ad ogni modo alla fine si riuscì a stabilire la data dell’inaugurazione e fu scelta quella dell’otto luglio 1922.
La cerimonia si svolse nell’ampia sala macchine della nuova centrale che per l’occasione venne adeguatamente addobbata con grande messe di fiori ed imbandierata.
Naturalmente furono presenti le principali autorità civili, militari e religiose della provincia, tra cui gli onorevoli Pancamo e La Loggia.
Non poteva mancare l’intrattenimento musicale curato dalla banda militare del 5° reggimento, che eseguì la Marcia Reale, nonché una nutrita folla oltre agli operai che avevano lavorato alla costruzione dell’opera, in compagnia delle rispettive famiglie.
Presero la parola l’avvocato Commendatore Xerri per conto della Società Elettrica, il sindaco Eugenio Fronda e l’ingegnere Marchetti della Società elettrodinamica di Milano che fornì i materiali per la realizzazione della Centrale.
Infine il vescovo monsignore Bartolomeo Lagumina benedisse tutte le attrezzature. Il momento più solenne e significativo fu quando, ad un segnale convenuto, vennero avviate le macchine e la centrale cominciò a funzionare.
Madrine furono la figlia del prefetto commendatore Alfredo Rocco ed alcune altre signore.Gli onori di casa vennero fatti dall’onorevole Giovanni Micciché, dall’avvocato Carlo Fanara, socio della ditta, e dai fratelli De Vecchi, in particolare da Antonio.
Pare che proprio alla caparbietà di quest’ultimo si debba il superamento di tutti gli ostacoli che si incontrarono man mano che si andavano realizzando i lavori.
Quella stessa sera venne dato il via al servizio di illuminazione pubblica cittadina che in un primo tempo interessò soltanto il centro della città e non le borgate, mentre per queste ultime i tempi furono leggermente più lunghi, come vedremo in seguito.
Manco a dirlo, tra Municipio e ditta concessionaria nacquero presto dei contrasti, sottolineati nelle frequentissime relazioni del capo dell’ufficio Tecnico comunale dell’epoca ingegnere Salvatore Agozzino.
Parecchie le critiche in un rapporto al sindaco il 24 agosto 1922, propedeutico al collaudo dell’intera opera, per il quale venne nominato dal Ministero dei Lavori Pubblici l’ingegnere Piergianni.
«Avutasi la concessione – scrisse l’alto funzionario del Comune – la Società Elettrica costruì fabbriche al confine del giardino dell’Officina del gas, aprendo su di esse aperture, non solo ma praticando l’ingresso dell’Usina elettrica proprio dirimpetto a quella del gas, rinserrando perciò l’Officina del gas entro il suo recinto non lasciandole libertà di usufruire dell’area che pure era sua insieme a quella occupata dal piazzale dell’Usina elettrica.
Ciò a prescindere dalla grave servitù di veduta a prospetto sul giardino per cui, oltre alla servitù, in caso dall’Azienda del Gas si volesse edificare nel giardino vi sarebbe impedimento per le vedute suddette». Agozzino aggiunse che «Il piazzale innanzi l’Azienda elettrica è stato tenuto più alto dell’ingresso dell’officina del gas, segue che l’acqua piovana non regolata né guidata invade l’interno allagando il bilico e rendendo intransitabile il piazzale interno.
E’ necessario richiedere che la Società elettrica faccia i lavori per deviare l’acqua dall’officina del gas.».
«Con la costruzione del fabbricato degli uffici e casetta antistante a nord – osservò ancora il tecnico – venne impedito lo sfogo delle acque piovane, mentre si mantiene un’occupazione dello spazio che resta a ponente del fabbricato degli uffici dell’officina per il gas con terra, ghiaia e conci.
L’acqua piovana che vi perviene si infiltra negli uffici e le lamentanze del personale per l’umidità sono rilevanti».
Altre disparità di vedute si ebbero nel corso dell’attuazione del servizio in ordine alla potenza di alcune lampade collocate in diversi punti della città, al tipo di pali utilizzati (spesso in legno anziché in metallo), ma soprattutto in ordine al fatto che la Società Elettrica, per contratto, avrebbe dovuto rilevare subito l’Azienda del Gas per cui le due imprese avrebbero dovuto diventare unica struttura.
La SEA naturalmente non aveva alcun interesse ad assorbire un servizio che sembrava andasse a morire, per cui prendeva tempo. Tuttavia alla fine dovette cedere e così il 16 dicembre 1925 si ebbe la firma dell’accordo tra il Commissario prefettizio al Comune dottore Salvatore Del Vecchio ed il cav. Giovanni Micciché, in base al quale l’impresa di quest’ultimo assorbiva l’ Azienda del Gas.
Con lo stesso accordo venne stabilito che la SEA si impegnava ad impiantare a proprie spese le reti di distribuzione e di alimentazione dell’energia elettrica per l’illuminazione pubblica e privata, ed occorrendo per forza motrice, nell’abitato di San Leone dalla foce del fiume Akragas al villino Argento e per un raggio di metri quattrocento dal lido del mare all’entroterra e ciò possibilmente entro il giorno 1 luglio 1926 e comunque non oltre il 31 dicembre successivo.
In realtà rimpianto venne attivato nell’estate del 1927 dopo che il 23 febbraio il podestà aveva deliberato «di determinare in n. 23 le lampade da impiantarsi», delle quali soltanto sei dovevano essere permanenti per tutto l’anno e le altre solo per il periodo balneare dei mesi di luglio, agosto e settembre.
«Il candelaggio – concludeva la delibera – sarà di cento quello normale e di 200 durante il periodo balneare».
Ancora con lo stesso documento la SEA si impegnò anche entro il 30 giugno 1927 ad impiantare, sempre a proprie spese, le reti di alimentazione e distribuzione di energia elettrica per l’illuminazione pubblica e privata e forza motrice anche nella zona del Quadrivio Spinasanta e della stazione ferroviaria di Girgenti Bassa, con un raggio d’azione di 200 metri dal sud dell’agglomerato del quadrivio verso Girgenti e lungo la strada dal quadrivio alla stazione ferroviaria.
Il Commissario inoltre, per conto del Comune, si riservò il diritto di fare prolungare di duecento metri l’illuminazione della via Nazionale(oggi via Imera) a partire dall’ultima lampada all’epoca in servizio nella città.
Salvatore Fucà. Una città moderna. Illuminazione e comunicazioni ad Agrigento, in “Agrigento tra ‘800 e ‘900 (a cura di Paolo Licata, Agrigento 2008)
Categoria: Storia Agrigento Tag: agrigento, agrigento racconta, agrigento storia, comunicazione, girgenti, illuminazione pubblica
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